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La storia - I palazzi Soranzo

Si affacciano proprio sul bel Campo San Polo i due Palazzi Soranzo, quello detto "casa vecchia", posto a sinistra guardando, e quello detto "casa nuova" collocato a destra, e con la loro raffinata eleganza contribuiscono senza dubbio ad accrescere l'atmosfera di composta e ariosa bellezza che si respira in questo che è uno dei campi più vivaci e frequentati di Venezia.

Colpisce subito la superba facciata che, contrariamente a quello che succedeva anticamente, quando i fronti principali erano rivolti verso i rii, è rivolta al campo: ma ciò, di certo, non era nelle consapevoli intenzioni del costruttore poichè, sotto il fronte del palazzo, scorreva proprio un rio, ossia il rio di Sant'Antonio, poi coperto nel 1761, e ciò si può ancora rilevare guardando la pavimentazione in pietra del campo posta in opera, invece, all'anno 1493.


Il doge Giovanni Soranzo in un'incisione di fine Ottocento.

Guardando con attenzione i due prospetti, si notano senza difficoltà elementi di transizione stilistica da forme trecentesche a modelli tardo-gotici: l'edificio più vecchio sarebbe databile alla metà del Trecento e infatti la polifora al primo piano richiama senza dubbio moduli tipici del XIV secolo, anche se i due portali sormontati da sculture di stile romanico, sembrerebbero risalire ad un'epoca ancora precedente; il secondo edificio, in cui spicca uno splendido finestrato con otto fornici, è di chiara impostazione quattrocentesca e anticamente era decorato all'esterno da preziose opere a fresco del Giorgione.

I due edifici sono lievemente curvilinei perchè seguivano l'andamento del canale, secondo un diffuso uso veneziano che permetteva di sfruttare al meglio gli spazi, ed erano accessibili grazie ai ponti privati che furono abbattuti in occasione dell'interramento del rio.

La particolare commistione stilistica che caratterizza le due facciate, oggi unificate da un'unica intonacatura, e che annovera richiami medievali, gotici e quattrocenteschi, era definita dal critico d'arte inglese John Ruskin come "gotico-veneziana": a tale tipologia appartengono anche le piante dei due palazzi, caratterizzate dalla presenza di portali aperti in leggera asimmetria e da porteghi al primo piano nobile. Decisamente belle ed eleganti le polifore che muovono con un ritmo serrato le facciate, racchiuse da una cornice a dentelli rivestita di marmo e decorata sontuosamente con tondi policromi e patere che riportano in rilievo figure zoomorfe, aquile e leoni; si noti all'interno della cornice della polifora del secondo piano il tondo della scena della lotta tra Ercole e il leone nemeo.

In questa zona la presenza della famiglia Soranzo è attestata dalla metà del XV secolo: facente parte del novero delle "case vecchie", essa dette ben sedici Procuratori di San Marco alla Serenissima, ma fra tutti spicca il nome di Giovanni Soranzo, il valente capitano da mar, vincitore dei Genovesi a Caffa, eletto doge nel 1312 e morto nel 1328, uno dei più grandi principi della Repubblica. Fu lui che accolse a Venezia, nella sua dimora privata, Dante Alighieri giunto in qualità di ambasciatore dei Da Polenta, signori di Ravenna.

Secondo la testimonianza dell'ottocentesco storico dell'arte Gianjacopo Fontana, gli interni dei Palazzi Soranzo erano veramente spettacolari: oltre ad una grande profusione di marmi e stucchi dorati sia alle pareti che sui soffitti, vi si ammiravano bellissime tele di Jacopo Amigoni, di Francesco Fontebasso e di Gregorio Lazzarini.

Pare che vi fosse conservato addirittura un ritratto del doge Soranzo, forse eseguito dal Giorgione e poi venduto in Inghilterra. Attualmente la dimora è ancora di proprietà dei discendenti Soranzo che, bisogna dirlo, provvedono con grande cura e sollecitudine al suo mantenimento, infatti la fabbrica appare ancora oggi perfetta. Una piccola curiosità: se vi trovate a passare sotto casa Soranzo, avvicinatevi con discrezione alla targhetta di ottone posta sul campanello d'ingresso e vedrete che, accanto al cognome, è inciso il corno dogale proprio ad indicare che questa famiglia può fregiarsi dell'onore di aver avuto un doge fra i propri componenti.


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